Philia: “essere presenti quando gli altri non ci sono”
Le storie di Cristina Martino, Monia Mangano e Francesca Ardeni
Nel cuore di Pavia nasce Philia, una cooperativa sociale che si occupa di creare spazi e percorsi di cura e autonomia per persone con fragilità. Un progetto che, come suggerisce il nome, nasce dall’amicizia e dal legame profondo con il territorio e con le esigenze reali delle famiglie.
L’incontro con Cristina Martino, Monia Mangano e Francesca Ardeni ci apre uno sguardo sensibile e concreto sul mondo della disabilità e dell’inclusione, mostrando come anche in territori periferici sia possibile tessere alleanze virtuose tra persone, comunità e natura. Da quale esperienza personale o professionale è nata l’idea di fondare Philia? Cosa vi ha spinte a creare una realtà educativa indipendente e radicata nel territorio? Francesca ci spiega che l’idea è nata in modo semplice e spontaneo, un’estate, durante le vacanze, chiedendosi: “che cosa fanno i ragazzi con disabilità ad agosto?” Le loro famiglie lavorano, molti non possono permettersi di partire, e loro restano soli, a casa. A settembre rientrano nei centri senza aver vissuto nulla, senza aver coltivato relazioni. Da questa domanda è nata una necessità: creare un luogo dove potessero continuare a incontrarsi, crescere, fare attività. Francesca avevo quest’idea da tempo, ma la pandemia ha fermato tutto. Poi, dopo essersi licenziata, ha deciso di partecipare a un bando… e l’ha vinto. Il premio ha dato loro le risorse per partire: è nato così il primo centro estivo nel 2024.”
Il vostro nome, Philia, richiama l’idea di amicizia, legame. Cosa rappresenta per voi questo concetto nel lavoro quotidiano con persone fragili e le loro famiglie?
“Philia è la parola greca per ‘amicizia’, ed è la base di tutto quello che facciamo. Per noi significa esserci quando gli altri non ci sono più: non durante l’orario scolastico, ma oltre. La scuola finisce, i servizi chiudono, e noi siamo lì. Vogliamo essere un punto di riferimento nel tempo ‘vuoto’, quel tempo che spesso le famiglie faticano a riempire.”
Nei vostri percorsi c’è una forte attenzione all’autonomia e alla qualità del tempo. In che modo realizzate progetti davvero su misura per ogni persona?
“La nostra priorità è l’ascolto. Ascoltiamo le famiglie, osserviamo i bisogni, ci confrontiamo con il territorio. Da lì costruiamo percorsi che rispondono davvero alle esigenze delle persone, senza imporre un modello precostituito. Ogni progetto è unico, come ogni persona.”
Come si struttura oggi il vostro team? Che tipo di professionalità avete coinvolto e quanto conta per voi la formazione continua?
“Il nostro team è multidisciplinare. Oltre a noi tre, che gestiamo le attività educative e organizzative, ci appoggiamo a figure esterne che completano la nostra proposta: musicoterapeuti, esperti in psicomotricità, fisioterapisti e professionisti che provengono dal mondo sanitario e sociale. Tutte persone specializzate, capaci di ascoltare, osservare e prendersi cura.”
Guardando ai progetti realizzati (centri stagionali, laboratori, progetti scolastici e culturali), quali sono stati quelli più significativi per voi e per il territorio?
“Sicuramente i centri estivi: permettono ai ragazzi di vivere esperienze significative in un momento dell’anno in cui rischiano di restare isolati. Abbiamo poi attivato laboratori in collaborazione con professionisti e associazioni sportive come CSI, e percorsi di sviluppo delle autonomie e delle abilità, con una risposta molto positiva da parte delle famiglie.”
Che tipo di rete avete creato nel tempo con altre realtà locali, scuole, famiglie e istituzioni? È facile fare rete in un territorio come il nostro?
“Siamo giovani come cooperativa, siamo operative dal 2023, ma abbiamo già attivato relazioni importanti: con associazioni sportive, con professionisti del territorio e con progetti culturali. Manca ancora il coinvolgimento istituzionale più ampio, ma siamo fiduciose. È difficile fare rete, ma essenziale.”
Parlate spesso di “vuoti sociali”. Quali sono, secondo voi, i vuoti più gravi che ancora oggi le istituzioni e la società faticano a colmare nei confronti delle persone fragili?
“A livello istituzionale manca spesso coordinazione e supporto uniforme. Esistono barriere architettoniche ovunque, ma anche barriere nell’accesso ai mezzi pubblici: chi vive in zone isolate è doppiamente escluso. Il rischio è l’abbandono.”
Quali resistenze incontrate nel promuovere un’idea di fragilità come risorsa e non solo come limite?
La cultura del territorio è pronta ad accogliere questi cambi di paradigma? “Per certi aspetti sì, per altri no. C’è ancora la tendenza a vedere la fragilità come un peso. Le famiglie vengono spesso lasciate sole e questo genera un affaticamento emotivo enorme. C’è bisogno di educare al rispetto, ma anche di sostenere chi sostiene.”
Molti dei vostri percorsi puntano sull’esperienza diretta e sulla natura. In che modo il territorio dell’Oltrepò può diventare, o non è ancora, un alleato nell’inclusione?
“La natura offre equilibrio, stimola i sensi, permette il movimento e la scoperta. Qui in Oltrepò c’è il contesto ideale per sperimentare questo tipo di approccio. Tuttavia mancano ancora strutture adeguate e spazi accessibili per viverla con continuità.”
Lavorare in ambito sociale oggi implica burocrazia, scarsità di fondi, complessità nei bandi. Qual è la criticità più pesante che vi limita nella crescita? E cosa chiederebbe Philia, oggi, alle istituzioni?
“La burocrazia è il problema principale, soprattutto per una realtà nata da poco. Spesso ci sono bandi e fondi pensati per strutture già consolidate: servirebbe più semplicità e spazi condivisi: luoghi dove creare attività senza dover reinventare tutto ogni volta.”
Spesso le famiglie si trovano sole o impreparate. Qual’è, secondo voi, il ruolo di una realtà come Philia nel ridurre l’isolamento e nel promuovere un’educazione condivisa anche tra genitori e comunità?
“Il nostro ruolo è creare rete: tra famiglie, tra persone, tra esperienze. Non solo lavoriamo con i ragazzi, ma accogliamo e ascoltiamo le famiglie. L’educazione non è mai un atto individuale, ma un viaggio condiviso. Quando a condividere sono anche i genitori, il cambiamento si vede.”
Guardando avanti: quale visione avete per Philia nei prossimi 5 anni? C’è un sogno che ancora non avete potuto realizzare?
“Il sogno è una sede nostra, una struttura accogliente e accessibile dove poter realizzare attività interne ed esterne, laboratori, momenti di autonomia. Una casa che sia centro educativo e allo stesso tempo un porto sicuro.”
Un messaggio con cui vogliamo lasciarci, una parola chiave per tutte e tre, una ciascuna.
Cristina: “Coraggio.”
Monia: “Cura”.
Francesca: “Accoglienza.”
Philia è una promessa mantenuta: quella di esserci dove mancano spazi, strumenti e sguardi capaci di accogliere la diversità senza pietismo. Cristina, Monia e Francesca lavorano ogni giorno per trasformare il tempo vuoto in tempo vissuto, per fare della fragilità una risorsa, per portare la natura e la comunità nel cuore dei percorsi educativi. In un territorio che ancora fatica a garantire diritti e accessibilità, Philia rappresenta un seme di cambiamento, una voce che invita tutti: istituzioni, cittadini, famiglie, a costruire una società più equa e gentile.
Mattia Gazzola





