“ACtivando Pavia”: Claudia Violeta Lupu e il progetto di una Pavia che crea connessioni, cresce e innova.
Nella nuova rubrica di Oltre, luoghi, persone e passioni dedicato al rilancio territoriale, abbiamo incontrato Claudia Violeta Lupu, attuale presidente di Activators Pavia. Fondata nel 2012, Activators è una delle realtà associative più dinamiche del territorio, impegnata nel costruire una community fatta di studenti, professionisti, imprenditori e startup, con l’obiettivo di generare connessioni, idee e opportunità.
Siamo entrati nel cuore della loro missione durante una delle colazioni di networking ospitate da BeSharp, azienda partner dell’associazione, per approfondire il ruolo che una community può giocare nel rilancio culturale, sociale ed economico del pavese.
Claudia, puoi raccontarci come è nata Activators a Pavia? Qual era il contesto nel 2012 e quale visione ha guidato la sua fondazione?
“L’associazione è nata da un confronto tra soci fondatori, un gruppo di studenti tra cui Marco Filocamo e Luca Ballista che, vivendo il territorio, si sono accorti di una mancanza. Pavia aveva tutto: università, studenti, aziende, professionisti… ma mancava un luogo dove questi mondi si incontrassero davvero.
Così l’illuminazione: “Perché non creare questo punto di contatto?”.
E così è nata Activators.”
Raccontaci cosa state facendo oggi e dove siamo?
“Oggi siamo da BeSharp, uno dei nostri partner più attivi nel tempo, che ci ospita per la Breakfast, uno dei nostri eventi mensili. Qui si fa networking, si condividono esperienze, idee e opportunità. È un momento semplice, dinamico, ma potentissimo nel generare relazioni. Siamo particolarmente contenti, anche perché settimana prossima ci sarà lo Startup Weekend Pavia, il nostro format internazionale dedicato a chi vuole sviluppare un’idea di business in 54 ore, insieme a mentor e speaker di altissimo livello. Lo organizzeremo al Polo Tecnologico di Pavia, dal 14 al 16 novembre.”
Claudia, tu non sei di Pavia. Come mai hai scelto Pavia per portare avanti questo format di associazione così innovativo?
“Io sono di Alessandria, quindi non sono lontanissima, e al momento vivo anche a Milano. Ma Pavia mi ha conquistata quando venni qui per l’università. Mi sono innamorata della città, della sua dimensione, delle persone. È un territorio che ha tanto da offrire, ma poco raccontato. Da lì è nata la voglia di provare a dare un contributo, insieme ai soci, per creare più consapevolezza e opportunità.”
Quali sono stati i momenti chiave nella crescita dell’associazione, ad esempio, l’espansione dei format, l’ingresso di nuovi partner, l’ampliamento della community che vi hanno permesso di passare da “idea” a realtà consolidata?
“All’inizio eravamo studenti con voglia di fare, ma le prime collaborazioni hanno cambiato la prospettiva: l’Università, il Comune, aziende come questa. E poi è successo qualcosa di importante: la gente ha cominciato a tornare, a venirci a cercare. Lì ho capito che il cuore
dell’associazione non è il format, ma le persone. È quella voglia di fare rete reale che fa la differenza.”
Che tipo di persona o professionista è oggi “l’attivatore” che voi cercate? Quali competenze, attitudini o valori ritenete indispensabili per far parte della community? “L’attivatore è uno studente o un professionista, ma soprattutto è qualcuno che ha voglia di fare, di connettere, di mettersi in gioco sul territorio. Sono persone che capiscono l’importanza dell’incontro, che hanno un approccio aperto, curioso e collaborativo. Sono loro che portano avanti lo spirito di Activators.”
I vostri format (Breakfast, Discovery, Startup Weekend, Pitch & Drink) sono molti e vari. Quale ritieni il più significativo in termini di impatto sul territorio e perché? “Sicuramente la Breakfast è il nostro appuntamento più conosciuto: due ore, un caffè, e tantissimo networking, contenuto e spontanea condivisione. Ma anche lo Startup Weekend ha un impatto enorme: sviluppi una startup da zero in tre giorni, con persone che non conosci e con partner del territorio che si mettono in gioco. È una vera immersione nell’ecosistema dell’innovazione.”
Come misurate il successo del vostro lavoro, non solo in termini numerici (eventi, partecipanti) ma anche in termini di valore generato per la città/territorio? “I numeri negli ultimi anni sono stati ottimi, ma il vero risultato è altro: vedere le persone che dopo un evento vengono da noi e dicono ‘ho conosciuto qualcuno con cui sto creando qualcosa di interessante’. Quello è il vero impatto: nuove connessioni, nuove idee, a volte anche nuove imprese.”
La provincia pavese e l’area dell’Oltrepò spesso vengono percepite come “meno attrattive” rispetto ai grandi poli innovativi. Quali sono, secondo te, le barriere più forti che frenano lo sviluppo di un ecosistema innovativo in queste zone?
“Purtroppo è ancora molto diffusa una mentalità chiusa. Il problema non è l’assenza di opportunità, ma la difficoltà nel vederle e viverle. Anche quando parli con professionisti, ti scontri con pregiudizi o percezioni sbagliate su ruoli o settori innovativi. In associazione trovi invece persone con visione, ma fuori a volte si fa più fatica.”
Il networking è spesso celebrato come “rete che genera opportunità”. Quali limiti avete incontrato nella pratica?
“Il networking funziona solo se chi partecipa lo vive attivamente. Non bastano eventi o contesti, serve l’approccio giusto: curiosità, apertura, voglia di ascoltare e agire. I limiti? Quando manca la volontà di mettersi in gioco o quando si arriva con aspettative passive.”
Lo “smart working” e la “remotizzazione” stanno cambiando il modo di lavorare: pensate che la provincia e l’Oltrepò possano diventare nuovi poli per innovatori e professionisti, o ci sono ostacoli strutturali (connessione, servizi, trasporti) che ancora bloccano questa possibilità? “Ci sono grandi potenzialità: paesaggi meravigliosi, un livello di qualità della vita molto alto e spazi che potrebbero essere perfetti per chi lavora da remoto. Però mancano ancora alcune strutture: connessioni lente, pochi coworking, scarsi collegamenti. Ci sono realtà che stanno crescendo, ma serve un salto in avanti.”
L’ecosistema dell’innovazione richiede anche accesso a capitale, mentor, infrastrutture, quante di queste risorse mancano ancora sul nostro territorio? E cosa servirebbe per colmare il gap?
“Le risorse ci sono, ma mancano persone disposte a dedicare tempo e impegno sul territorio. Gli imprenditori lo dicono spesso: ‘Vorrei crescere, ma non riesco a trovare i professionisti’. Molti preferiscono Milano, perché la percezione di Pavia come polo innovativo è ancora bassa, ma è sbagliata. Qui ci sono grandi opportunità. Serve valorizzarle di più.
Guardando avanti: quale potrebbe essere una “azione simbolo” che Activators vorrebbe realizzare nei prossimi 2-3 anni per trasformare la città/territorio in un polo più visibile dell’innovazione?
“Vogliamo crescere ancora, dare sempre più spazio ai nuovi format e far diventare Activators un vero punto di riferimento stabile per chi vuole innovare a Pavia. Però c’è una cosa che serve più di tutte: persone. Non solo partecipanti di passaggio, ma gente che viva qui, si sporchi le mani e sappia costruire insieme.”
Un messaggio che vuoi lasciare ai nostri lettori?
“In un mondo che corre veloce, abbiamo bisogno di fermarci, parlare, ascoltare e costruire relazioni vere. L’innovazione non è solo tecnologia: è comunità. È condivisione. È il coraggio di fare insieme, anche in provincia. Venite a trovarci: c’è posto per tutti.”

In un territorio che spesso si percepisce distante dai grandi poli dell’innovazione, Activators dimostra che una comunità può diventare motore di cambiamento prima ancora che esista un ecosistema strutturato. Grazie a visione, tenacia e un’infaticabile attitudine al dialogo, Claudia e il suo team hanno tracciato in oltre dieci anni una rotta nuova per Pavia: quella del networking che genera opportunità, della contaminazione tra giovani, imprese e istituzioni, della crescita condivisa e mai autoreferenziale. Le sfide non mancano, strutturali, culturali, generazionali, ma l’esempio di Activators è una prova concreta che la provincia non è periferia, se diventa spazio di incontro, sperimentazione e fiducia reciproca. In fondo, per costruire una comunità innovativa, non servono solo i fondi o le idee. Serve, come ricorda Claudia, un desiderio semplice ma radicale: la volontà di esserci. E di credere che il cambiamento, a Pavia come altrove, possa partire da chi ha il coraggio, e la pazienza, di tendere la mano per primo.
Mattia Gazzola





